TO RUN

to run

Lei è Marta Silenzi, autrice. Scrive d’arte per lavoro. E poi scrive racconti, brevi e lunghi. Questo è uno di quelli brevi, tratto da “Frangipani- 13 storie” (http://ilmiolibro.kataweb.it/schedalibro.asp?id=1039145 ). Qui si parla di corsa. Correre. To run. Ho scelto di inserire nel blog questo racconto perchè, oltre al fatto della coincidenza del nome (del racconto e del nostro blog), emergono particolari aspetti della corsa e del mondo che circonda proprio questa attività. E’ un modo attuale di prenderla in considerazione e la quotidianità di “coloro che corrono” è descritta in modo a tratti isterico e a tratti controllato e lucido. Ce ne sono molti che vivono lo sport in maniera frenetica, come un obbligo o come una salvezza. Credo poi che questa storia possa essere interpretata in maniera soggettiva, con la possibilità di trovarci dentro qualche “fissazione” propria o di qualcuno che sta al nostro fianco.

Segue la lettura…

To run

Gli basta correre per sentirsi libero.

Gli basta correre per allentare i nodi stretti durante la giornata, spingere giù le tensioni, buttarle fuori dalle gambe, pestarle sull’asfalto sotto il proprio peso, sotto il poliuretano delle Sauchony – trecento grammi per piede – e soffiarle via dalla bocca, mentre si sciolgono le braccia, mentre fissa l’obiettivo giornaliero, mentre decide quanto ha voglia di soffrire e spurgare, mentre la testa fa spazio e si svuota completamente.

La libertà. Il punto è proprio la libertà. Correre lo rende più libero ed è chiaramente una questione fisica ma non solo, lo libera da qualche inibizione, rilassa le sue vergogne, cose che lo imbarazzano, cose che non gli riescono fluide, non nel senso che le fluidifica ma lo mette al riparo, gli dà una definizione, un punto di riferimento, un infinito argomento di conversazione a tutti i livelli con le figure più disparate, è il terreno su cui suda, il cuscinetto sulle pareti a protezione delle spalle, è la bandiera issata sulla torre, è l’orgoglio, la soddisfazione, la complicità, la condivisione, il pungolo, è forse tutto.

Certo è qualcosa di cui potrebbe fare a meno ma, non essendoci ragione di rinunciarvi, la corsa è sicuramente una sua priorità.

Là fuori è tutto difficile da maneggiare, complesso e accanito, si deve stare all’erta e col coltello tra i denti, guardarsi le spalle, alzarsi prima degli altri e andarsene per ultimo; bisogna conservarsi vigili, informati, freschi, vincenti, mantenere un basso profilo e mostrarsi leader, capaci, brillanti, efficienti, indispensabili quando nessuno lo è.

Il carico che tutto questo comporta si traduce in un accumulo di tensione e suscettibilità quasi matematico, quasi indipendente dal carattere e dall’indole di una persona; nel suo caso specifico è un continuo sforzo di autocontrollo che ha un paio di antidoti solamente e lui lo sa: le ore di sonno, e la corsa. Fondamentalmente è un individualista e questo è abbastanza necessario per praticare uno sport così. Ma il termine ‘sport’ è riduttivo.

Correre è la prima cosa.

Stancare il fisico, svuotare per ricaricare, ma non è soltanto questo.

Correre è anche sperimentare un modello applicabile ad altri universi: organizzarsi, trovare il ritmo, gestire il corpo, mantenere il controllo mentale e la concentrazione sul momento e in avanti, prevedere per riuscire; dosarsi, lasciarsi spingere dal passo circostante e stimolare dalla competizione, condividere e rendersi complice ma in fin dei conti fare la propria gara, da soli, decisi, come treni che puntano una galleria.

E poi è così bello vedere un corpo che corre: regolare, ansante, cadenzato, naturale.

Ha scoperto presto l’atletica scolastica e le gare podistiche di paese, mille ogni domenica – il giorno del riposo; ma correre adesso è molto di più, una linfa benefica irrinunciabile, che però inizia a fare trend e allora diventa fastidioso, come tutte le mode, tuttavia in certi ambienti lui può essere un po’ guru, dire che tutti possono farlo ma sfoggiare umilmente i suoi numeri, che sono tempi ma che in quel momento sono anche assi nella manica, vantaggi che si guadagna, piccole ammirazioni che concorrono a edificarlo con clienti e superiori pronti a prendere i suoi consigli e ad abbracciare la rinnovata tendenza della mens sana in corpore sano.

E allora eccoli lì, imprenditori e industriali del feroce nord inghiottito nella tangenziale, a parlare di scarpe giuste e giornate da sezionare per non rinunciare al jogging salvifico che toglierà di mezzo gli anni e i chili presi alle mense, agli happy hour, alle cene aziendali di uno stile di vita esteriore irrinunciabile perché irrinunciabile è lo status. Certo correre non dà il tono che dà giocare a golf ma col tempo…

Lui si presta, è uno spasso, cede al gusto delle risate calcolate, concesse, dispensa suggerimenti buoni per i nuovi adepti che s’interessano di corsa, accondiscendente, entusiasta, disponibile, vendendo la formula per un facile approccio ad un durissimo sport (ma questo lo tiene per sé) e portando a casa un attestato di stima che si tramuterà facilmente in un contratto.

Non lo sa di preciso, a volte si chiede se sia il venditore a fare il runner o se sia lo spirito della corsa ad aumentare le sue doti di persuasione: certe volte le strategie si confondono e si combinano fino a renderlo esplosivo, lo sente e allora si guarda allo specchio e se ne compiace: “ Stendili tutti! Vai alla grande!”.

I risultati non sempre vengono, i momenti di calo ci sono spesso: cali di tensione, di motivazione, affaticamenti muscolari, contratture, squilibri chimici.

Quando non va non esiste saggezza, prevale il nervosismo, si riannoda tutto. E allora gli capita di lasciare un allenamento a metà, di andarsene, di mollare il campo o la strada, mortificandosi, dandosi addosso, perché pensa di meritarlo, tutto dipende sempre da lui: è uno abituato a spingere e rischiare forte, è uno abituato a prendersi le sue responsabilità, anche quando potrebbe lasciar correre, anche quando non è così importante ma…quando non è così importante? Cosa non è così importante?

La corsa non è un esercizio fisico, è un imperativo, è una cartina di tornasole, è la dimensione in cui fa i conti con se stesso, testando fin dove può spingersi, cogliendo le sue soddisfazioni, disperdendo energie fisiche in cambio di quelle umorali, dunque certo che è importante, è la sua dipendenza volontaria, e quando non viene su bene dall’asfalto, allora è lecito rimproverarsi, è anzi giusto, per fare meglio l’indomani.

E poi se lo concede, si concede di essere anche esagerato, perché sa che aiuta a esorcizzare il momento e ce ne sono tanti di attimi così, che fanno un sacco di paura e che devono essere attraversati in qualche modo. Lui investe tutto come una corazzata: più forte ci sbatte contro prima passa, e non si fa grossi problemi perché in fondo sa che ognuno ha le sue piccole nevrosi quotidiane con cui fare i conti e con le quali deve continuamente lottare per raggiungere una qualche forma di serenità, una qualche forma di libertà.

Poi ci sono gli altri. Tutti gli altri. La famiglia, le amicizie, le relazioni. Sono problematiche emotive e quelle sono le più difficili da gestire, perché sfuggono alle logiche e richiedono intere porzioni di tempo non disponibile, il massimo dell’attenzione sempre. Cerca di fare del suo meglio, come tutti, senza censurarsi troppo, senza uscire troppo dai suoi individualismi, ma provandoci almeno, e anche in questo lo aiuta la corsa, si corre da soli, tuttavia ci si affianca agli altri, rispettando gli spazi, aiutando quando ce n’è l’occasione: presenza, incoraggiamento, impegno, tenacia, non è anche quello che serve nei rapporti? Quello che si fa con le persone? Lui spera che basti. Nella corsa gli viene più facile, lo sport ha questo di bello, unisce anche quando è individuale, mentre là fuori le implicazioni ingigantiscono fino a togliere il fiato, anche quello che ti fai sull’asfalto battendo un piede dietro l’altro, con ritmo, spinta, gusto, ostinazione, fino a distruggerti le unghie dei piedi, fino a rischiare strappi e pubalgie, fino a impostare una dieta sul carico e scarico di carboidrati, e, mentre tutti gli altri pensano che sia condizionante, che sia una schiavitù, tu pensi che sia l’unica liberazione, l’unico alleggerimento. Lui lo pensa certamente, risalendo la costa nelle luci della sera con l’odore di salsedine misto a quello acido del suo sudore, tra la frequenza del battito cardiaco e il bip del GPS, assaporando le sue sensazioni, disperdendo i pensieri, sentendosi una persona migliore.

 Marta Silenzi

settembre 2012

da Frangipani – 13 storie

racconto n. 5

Adoro il suo modo di scrivere, la sua delicatezza e il suo essere sempre particolareggiata anche nei dettagli psicologici, senza mai avere la presunzione di spiegare troppo, lasciando così al lettore la capacità di interpretare e riflettere nel corso delle storie. Nei suoi racconti troviamo sempre qualcosa che ci accomuna e fa parte di noi. Gliel’ho sempre detto: “Sai usare le parole anche quando penso che non esistano per descrivere alcune sensazioni e percezioni”. La ringrazio. Sia per il pomeriggio trascorso insieme sia (pubblicamente) per la sorpresa inserita nel racconto n.10. E’ stata una gioia immensa ritrovarmi tra le righe. (Comprate “Frangipani”, merita!)

Claudia

 

 

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